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Una riforma
incostituzionale e razzista!
22/03/2012
In
questi giorni si fa un gran parlare della riforma del mondo del lavoro ed in
particolare dell'articolo 18, cioè di quell'articolo dello statuto dei
lavoratori che di fatto impedisce il licenziamento di un lavoratore
dipendente senza giusta causa. Viene definita dai principali operatori e
dagli organi di informazione la riforma del “mercato del lavoro”. Già questa
espressione dovrebbe farci sobbalzare, infatti ho sempre considerato il
lavoro un valore fondamentale che viene anche citato nell'articolo 1 della
nostra costituzione. L'idea che venga reso un “mercato” ovverosia oggetto di
compravendita dovrebbe già farci comprendere che siamo sulla strada
sbagliata.
Per mia formazione personale poi sono sempre stato liberista e
quindi più attento alle esigenze del mercato e delle aziende.
L'esagerazione, l'abuso, che nel corso degli anni è stato fatto
dell'articolo 18 aveva maturato in me il convincimento che una sua modifica
sarebbe stata auspicabile. Tuttavia dopo aver conosciuto personalmente la
cattiveria, l'arroganza e l'impreparazione di certa classe imprenditoriale
italiana ho profondamente mutato di opinione. Non si può dare uno strumento
così importante a questa classe imprenditoriale che lo sfrutterebbe a
piacimento per discriminare, usando il grimaldello della motivazione
economica. Quale azienda poi non si trova oggi in difficoltà economiche o
vive grazie al credito bancario?
Ma non è su questo aspetto che volevo
porre la vostra attenzione. Avremo modo di verificare nelle prossime
settimane se e quale tipo di modifiche andranno ad apportare all'articolo
18. Mi permetto invece di sottoporre alla vostra attenzione un aspetto, a
parer mio fondamentale, che viene perlopiù taciuto dalla stampa e dalla
classe politica: la profonda discriminazione che viene perpetrata tra
lavoratori pubblici e privati. La riforma, qualunque sarà, non andrà infatti
ad intaccare i diritti acquisiti dai dipendenti pubblici: medici,
insegnanti, poliziotti, finanzieri, giudici, magistrati,
dipendenti delle prefetture, questure, impiegati dei ministeri, guardie foresatali della Calabria etc.. etc...
Ma l'azienda che si trova oggi in
maggiori difficoltà economiche, e che quindi dovrebbe essere la prima a
licenziare non è proprio lo stato italiano?
Siamo arrivati ormai al paradosso: i
dipendenti pubblici che già godevano di tutta una serie di privilegi, anche
se timbrano il cartellino e poi vanno a fare la spesa, come abbiamo più
volte visto fare in televisione, non potranno essere toccati, mentre chi
lavora nelle fabbriche o nei centri commerciali sarà costretto a vivere
“come sugli alberi le foglie” per dirla con Ungaretti, sottoposto agli stati
umorali dei loro direttori o titolari.
Meno male che l'articolo 3 della
costituzione recita testualmente:
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“Tutti
i cittadini hanno pari dignità sociale e
sono eguali davanti alla legge, senza
distinzione di sesso, di razza, di
lingua, di religione, di opinioni
politiche, di condizioni personali e
sociali. È compito della Repubblica
rimuovere gli ostacoli di ordine
economico e sociale, che, limitando di
fatto la libertà e l'eguaglianza dei
cittadini, impediscono il pieno sviluppo
della persona umana e l'effettiva
partecipazione di tutti i lavoratori
all'organizzazione politica, economica e
sociale del Paese”
Tutti noi conosciamo l'articolo 3 della
costituzione, ma rileggerlo in questa
circostanza fa davvero riflettere, non è
vero? Riflettete bene: "La
Repubblica rimuove gli ostacoli di
ordine economico e sociale, che,
limitando di fatto la libertà e
l'eguaglianza dei cittadini, impediscono
il pieno sviluppo della persona umana"
Dunque una riforma che presenta, a parer
mio, caratteristiche di
incostituzionalità, ma c'è di più.
Sappiamo tutti che, per tutta una serie
di ragioni storiche ed economiche
complesse, la gran parte degli impiegati
pubblici è concentrata nelle regioni del
centro sud. Le regioni del nord infatti
si sono sempre strutturate con un
sistema socio economico produttivo,
manifatturiero, che di fatto ha sempre
impiegato la gran parte dei lavoratori.
Se
guardiamo la vicenda da questo punto di
vista ecco che ci accorgiamo che la
modifica dell'articolo 18, ripeto, quale
che sia, assume oltrechè le
caratteristiche di incostituzionalità
che abbiamo visto prima, anche un'
aspetto che potremmo tranquillamente
definire razzista. Si tratta di un
attacco forte, violento, contro i
lavoratori del nord. Questo, da
uno come Monti che dice di essere di
Varese, non ce lo saremmo mai aspettati.
Fabrizio Giachi |
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